Biografia completa

Nata in Val Tartano, nella contrada Cosaggio nel 1962, figlia di contadini, la montagna mi ha sempre affascinata, ma solo a vent'anni, durante il “Collegamento dei Rifugi” organizzato dal Gruppo Edelweiss, di fronte all'ambiente spettacolare della Val Masino, ho avuto piena consapevolezza della sua importanza nel mio immaginario.
Luciana Bianchini con la figlia Letizia - estate 2009
Così ho cominciato ad osservare con occhi diversi il paesaggio alpino; soprattutto mi aveva colpito la differenza tra la mia Val Tartano e l' ambiente dell'alta montagna. Sono così nati i miei primi dipinti di paesaggi eseguiti in modo istintivo, senza nessuna scuola ma sentiti profondamente. Inoltre quando frequentavo la scuola di pettinatrice appresi le prime nozioni di disegno figurativo che mi servirono soprattutto nella ritrattistica per la quale, come notò la docente di disegno, avevo una naturale predisposizione.

In quei quadri, si nota ancora oggi una freschezza ed una ingenuità che me li rende sempre cari (“Inverno”, “Pecore in Vicima” e “Autunno”). In questo periodo fin verso i 24 anni, ho sperimentato quasi tutte le tecniche (china, acquarello, tempera, olio, pastelli, tecniche miste) cimentandomi con una molteciplità di soggetti: paesaggi, ritratti, scorci di vecchi paesi,chiese, baite, animali. Ebbi anche l'occasione di mostrare i miei lavori al pittore Angelo Vaninetti che mi incoraggiò e mi consiglio di “andare avanti perchè avevo talento”; fu colpito soprattutto da certi paesaggi a china. Anche Piergiuseppe Magoni venne nel mio negozio di parrucchiera, mandato da sua moglie Angela che era mia cliente ed estimatrice. Egli mi suggerì di esporre i miei lavori in una mostra ,ma io non mi sentivo ancora pronta. Avevo bisogno di critiche, di indirizzi perchè sentivo esaurita la spinta iniziale. Oggi, dopo più di vent'anni, forse lo sono.

Nel 1986 ebbi la fortuna di incontrare Giulio Spini, mio futuro suocero, ed iniziò un faticoso lavoro di rielaborazione e studio. Dopo una prima complessiva critica elogiativa, con gradualità ma fermezza, mi prospettò una serie di cose da fare che inizialmente mi scoraggiarono tremendamente, ma che, ricordo, già il giorno dopo, iniziai a mettere in pratica:
• abbandonare la fotografia come modello ed iniziare a dipingere dal vero;
• approfondire il disegno studiando l'Anatomia, soprattutto le mani ed i piedi dal vero;
• studiare la prospettiva, non in modo scolastico (ben sapendo della mia antipatia istintiva verso questo tipo di approccio) ma funzionale ad evitare errori evidenti;
• copiare i grandi artisti, scegliendo fra quelli che più mi colpivano; ricordo in particolare una delle sue sintetiche ed illuminanti spiegazioni in cui diceva che per copiare bene, bisogna “immaginarsi come un falsario”.
Il tutto occorreva metterlo in pratica alternativamente, perchè, ciò che si imparava in un esercizio, lo si poteva poi applicare in un altro, in modo personale. Mi consigliava inoltre i libri da consultare e quelli in cui avrei trovato i temi da approfondire. Fu un periodo creativo anche se molto faticoso e non poche volte mi venne la tentazione di abbandonare la strada impegnativa che avevo intrapreso.
Fu una Scuola nel vero senso della parola, non scolastica, verrebbe da dire. Mi evitò tutto quell'apprendimento nozionistico dell' insegnamento tradizionale (diceva che molte volte fa perdere tempo, forse anche per delicatezza nei miei confronti) e apprendere solo quello per cui nutrivo interesse. Diceva inoltre che è difficile “liberarsi dall'Accademia” ed essere veramente creativi, perchè la tecnica rischia a volte di condizionare l'intuizione e far ottenere un risultato non sincero.
All'opposto, non lesinava le critiche e mi faceva capire che per riuscire occorre faticare. Mi accadde di cimentarmi con il soggetto di un toro ed in quel periodo si stava studiando Picasso. Chi mi aveva chiesto il dipinto, voleva “un toro rosso e deformato, in atto di carica, col movimento di torsione e la testa in primo piano”. Mi sentii di affrontare il tema “alla Picasso” ed il risultato fu a dir poco deludente. Giulio mi disse che prima di deformare occorreva studiare bene il soggetto andando ad osservarlo dal vero e documentandomi con filmati di corride. Cosa che feci e ne venne fuori un buon risultato.

SEGANTINI - RAGAZZA ALLA FONTEI grandi pittori che copiai furono :

Segantini (“Ragazza alla fonte”) con tecnica a pastelli;
Van Gogh (“Primi passi”, “I mangiatori di patate”) con colori acrilici;
G. Bellini (“Compianto sul Cristo morto”) a olio.

VAN GOGH - PRIMI PASSI BELLINI - COMPIANTO SUL CRISTO MORTO

Fu dopo questi esercizi che mi disse di seguire solo la mia intuizione, cercare di rappresentarla fino in fondo e servirsi della fotografia solo come appunto. I quadri che dipinsi dopo questo periodo trovarono la sua forte approvazione. Siamo circa nel 1989.
La mia continua insoddisfazione mi portò a voler conoscere la Storia dell'Arte e il mio maestro, come al solito, si adoperò con entusiamo e passione, perchè diceva che era un'opportunità anche per lui di riprenderla ed approfondirla e quindi non era una lezione, ma un “Parliamo d'Arte insieme”. In questi incontri si succedevano naturalmente argomenti di Letteratura, Storia, Filosofia, Psicologia, Morale, Religione, Scienza, Moda …. perchè “l'Arte è una sintesi di tutto”. Dopo circa 10 anni di Storia dell'Arte una volta la settimana, ricordo che disse: “Ecco, abbiamo fatto una corsa in bicicletta dentro la Storia dell'Arte, adesso bisogna entrarci veramente”. Siamo verso il 1999 e purtroppo non è più stato possibile proseguire.
Nel frattempo, dal 1992 mi chiese di illustrare il “Diario di un parroco di montagna” da lui scritto con lo pseudonimo di Elio Rupi e pubblicato a puntate su “Quaderni Valtellinesi”;
ambientato in Val Tartano tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, è una sentita rievocazione, realistica, delicata e inframmezzata di fine umorismo, di quella vita contadina. Vi ho rappresentato i fatti narrati, quelli, mi diceva, che più mi ispiravano.
Anche questi disegni furono per me faticosi perchè dovevo immedesimarmi nel racconto, ricostruire le scene, le persone con i vestiti dell'epoca, adottare insomma un modo di disegnare un po' insolito per me e che non mi convinceva del tutto.
Man mano ne producevo, aumentava però anche la soddisfazione sia per il suo apprezzamento (non di rado me li faceva rifare) e per quello dei miei genitori che sapevano ben riconoscersi in quella realtà, sia per la ricerca di sintesi che il tipo di disegno richiedeva.
Sono di questo periodo altri disegni a china, chiestimi da Giovanni Bianchini, zio di mio marito, per il suo “Vocabolario dei Dialetti della Val Tartano” pubblicato dalla “Fondazione Pro Valtellina”, che rappresentano costumi, attrezzi e attività della vita contadina di un tempo.
La copia de ” I mangiatori di patate” di Van Gogh nel 1988, VAN GOGH - MANGIATORI DI PATATEe successivamente i disegni per il “Diario di un parroco di montagna” e per il “Vocabolario dei dialetti della Val Tartano”, furono la premessa fondamentale dei quadri dipinti fino ad oggi. In essi è rappresentata la visione della montagna con la gente che la vive, o meglio, che la viveva, e anche l'altra visione, quella in cui predomina il fascino per il suo paesaggio.
Il nesso, tra i quadri degli ultimi 3-4 anni ed i disegni che rappresentano la vita di una volta, sta forse nella ricerca di un mitico mondo perduto che penso di aver ritrovato sulle montagne e nei portatori Himalayani, dove leggo la contraddizione tra la realtà di una vita dura e la natura straordinaria dell' alta montagna. Ed i portatori, come i nostri montanari di un tempo, sembrano indifferenti al paesaggio che li circonda, ma sono concentrati nella loro fatica quotidiana; come, d'altra parte, lo erano i miei genitori che non concepivano perchè andassi in montagna per divertimento.