Eventi
Montagna: realtà e mito
MOSTRA PERSONALE DI LUCIANA BIANCHINI - Morbegno (SO) 20-28 Febbraio 2010
Heimat: origine dell’immaginario di Luciana BianchiniGrazie alla tenacia e al mecenatismo di Alda Boffi anche nel 2010 AL. BO. per l’Arte sarà punto di riferimento e di incontro tra artisti e pubblico, spazio per accogliere, nella cara memoria del marito Alberto, le opere di pittori, scultori, architetti, fotografi e di quanti, sia per professione sia per passione, sono attivi in ambito creativo, vivono nelle nostre valli o amano questa terra.
E proprio la prima mostra in calendario, in febbraio, è dedicata alla montagna, nell’interpretazione di Luciana Bianchini Spini. Sono disegni, chine e matite, tavole ad acquerello, acrilici che raccontano, con la forza poetica di una sincera e fresca originalità, libera da tecnicismi e stereotipi, i tempi e i modi della civiltà alpina, di quel mondo scomparso e facilmente idealizzato, pericolosamente mitizzato. Opere che nascono da una bella vena ideativa, da una felice rapporto tra immaginazione e rappresentazione, sempre nel giusto rigo, mai enfatizzato o rimarcato, e che hanno anche il pregio di costituire una documentazione interessante in campo etnografico e antropologico. Più libera e personalizzata l’opera a colori, nella fluida vaporosità dell’acquerello che rende possibile un unicum, perché identico è il sentimento che governa il sentire e l’operare delle popolazioni di montagna, nel quale si trova accomunata, quasi congiunta, la fatica di chi saliva per i pascoli della Valtartano con quella remota di chi ancora cammina sui pendii himalajani; l’unicum della radice amara della stessa, identica pianta.
Come l’artista direttamente racconta, in una limpida autopresentazione, un lungo apprendistato, con la costante applicazione in ciò che le è sempre sembrato necessario fare, l’ha condotta a questa prima “personale”, che non si limita all’esposizione di opere ma è anche un giusto omaggio a Giulio Spini, la personalità che per anni l’ha incoraggiata e consigliata, con la competenza, con la vivezza spirituale e con lo stile che ne hanno contraddistinto l’umanità e l’esistenza.
La mostra presenta, appunto, una serie di disegni che nella scarna loro acutezza, tanto cara allo scrittore, illustrano i nuclei degli episodi narrati nel "Diario di un parroco di montagna" , un chronicon meno esistenziale del famoso libro di Bernanos e meno lirico di quello analogo di Lisi, ma intensamente radicato nella storia quotidiana di una piccola comunità alpina, un testo pubblicato a puntate sulla rivista “Quaderni valtellinesi”.
E’ la poetica della vita, all’apparenza sempre uguale ma germinante in continua e silenziosa novità, di un paesello di montagna, delle parole e dei gesti ripetuti per anni e anni, povertà e stenti e la presenza totale della religione e del prete. La poetica del Heimat, della piccola patria, del focolare domestico.
I disegni che tracciano l’arco dell’ esistenza, dal parto al funerale, nella sintesi del tratto secco, fissano l’impronta del tempo, offrono il profilo di quella cultura materiale, più amara che felice, che ha fatto da sfondo al celebre ultimo discorso di Ezio Vanoni in Parlamento, nel 1956, di quella “fatica di vivere” che il detto popolare sintetizza nella triade delle F (fame, freddo, fumo).
Nel suo processo di astrazione l’arte stacca dal grumo dell’inverno il volto ideale di uomini e di valori, lo sguardo incantato alla Fonte della vita.
Sono disegni che uniscono il fascino del racconto di Giulio Spini alla nostalgia di una realtà scomparsa, irripetibile e trasfigurata, falsa per la storia, vera per il sentimento umano. Alcuni disegni hanno corredato delle voci del “Vocabolario dei Dialetti della Val Tartano” di Giovanni Bianchini.
La stessa magia si amplifica nei colori sciolti e vivificanti dell’acquerello, nell’atmosfera luminosa in cui si muove il lavoro degli uomini di montagna, si compiono i loro gesti di umili eroi, si allontanano i loro passi nello spazio silenzioso, sotto orizzonti irraggiungibili. Una dimensione spirituale non più sperimentabile nelle nostre valli, contaminate da un approccio “tecnico” ma ancora possibile se il cammino dell’artista segue le tracce degli sherpa himalayani. E’ il mondo poetico riscoperto e riproposto da Luciana Bianchini, con la grazia e l’intensità voluta dal suo grande maestro di pensiero e di stile: “Gli anziani portavano i loro allievi sulle montagne in modo che trovassero ispirazione negli scenari ampi e ventosi… Lo spirito della montagna è uno spirito di purezza e solitudine.” Così l’antico detto tibetano sembra commentare questa mostra.
Piergiuseppe
Magoni
